di Vincenza Lofino | edito da: BloGlobal, OPI – 11 dicembre 2012

 

Il rallentamento della crescita economica dell’Australia registrato nel secondo trimestre del 2012 è espressione di un periodo storico in cui il fatidico boom delle risorse australiane nel settore minerario, che da dodici anni dal suo inizio è stato il motore che ha determinato la crescita economica del Paese, potrebbe ritenersi concluso. “Ci stiamo muovendo in una fase molto rischiosa dell’economia nazionale soprattutto nel settore minerario, ora in un momento di forte precarietà” ha detto Shane Oliver, capo economista di AMP Capital Investors.

Il mito economico australiano in bilico

Il mito australiano è legato da anni all’idea di un modello statale ideale di immigrazione ed integrazione verso cui si rivolge chi è in cerca di lavoro e guarda a questo Paese come ad una grande opportunità di realizzazione professionale e di stile di vita. L’Australia è sempre stato un polo di attrazione soprattutto per i giovani ed un Paese con una fiorente espansione economica: a differenza degli Stati dell’Eurozona, il tasso di disoccupazione in Australia nel mese di settembre 2012 è diminuito al 5,7%, dopo essersi attestato per i tre mesi precedenti al 5,8%. Da circa venti anni il Paese registra tassi di crescita sopra la media delle economie avanzate ed è caratterizzato da un elevato dinamismo economico. A partire dagli anni Ottanta, infatti, l’Australia ha saputo trasformare la sua economia da protetta e poco competitiva ad aperta e votata all’export. In pochi anni è diventata così un’economia moderna e ricercata , dominata dal settore dei servizi e, soprattutto, da quello minerario.

Ciò detto, l’Australia ora rischia di finire schiacciata nella morsa di una crisi finanziaria provocata dallo scoppio di una bolla speculativa proprio nel settore minerario, che storicamente è sempre stato un settore “boom or bust: secondo gli analisti, la dinamica riguardante la bolla degli investimenti nell’industria mineraria australiana evidenzia un ciclo economico in cui la domanda in passato ha spinto in rialzo i prezzi dei minerali, lasciando all’offerta tutto il tempo di adeguarsi. In questa fase iniziale del boom speculativo sono state ragguardevoli le operazioni avviate cui gli investitori non hanno potuto rinunciare e, sebbene siano stati in molti a sperare nella ripresa del mercato e ad auspicare ad un rientro del pericolo bolla, questi stessi investimenti potrebbero avere un impatto negativo complessivo sull’intera economia del Paese e sulla sua reale crescita.

Attualmente il tasso di crescita dell’Australia ha rallentato la sua corsa a partire dal secondo trimestre del 2012 con un conseguente calo globale della domanda delle sue risorse, l’aumento dei loro prezzi e la lenta crescita dei consumi. La crescita economica nel periodo compreso tra aprile e giugno 2012 si è attestata infatti al 3,7%, in flessione dello 0,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anche i consumi  nazionali sono in ribasso: il tasso di vendita al dettaglio è sceso dello 0,8% nel mese di luglio 2012 rispetto al mese precedente, il calo più rilevante negli ultimi due anni. I prezzi delle materie prime, come i minerali ferrosi, sono calati negli ultimi mesi (di quasi il 30%) danneggiando gli utili delle società minerarie, costrette a mettere i loro piani di espansione in attesa, con ripercussioni sugli investimenti economici. “Le condizioni degli scambi commerciali sono diventate più difficili nell’ultimo anno (ndr. 2012)” sostiene il Ministro delle Risorse e dell’Energia, Martin Ferguson, commentando il calo del 35% dei profitti registrato dalla società BHP Billiton e il ritardo nel piano di espansione della miniera di uranio di Olympic Dam, nel sud dell’Australia. Anche la Fortescue Metals Group, che assieme alla BHP Billiton costituisce una delle più grandi società minerarie in Australia e al mondo, ha annunciato un ritardo ad espandere le sue strutture nel territorio australiano.

Un altro motivo di preoccupazione tra le società minerarie è stata l’introduzione di nuove imposte come la Minerals Resource Rent Tax (o MRRT) e il programma Clean Energy Future, la quale comprende la nuova Carbon tax, entrata in vigore lo scorso luglio 2012 durante il governo socialdemocratico di Julia Gillard.

Attraverso la MRRT, il governo ha imposto una tassa del 30% sulle imprese minerarie con un utile annuo di oltre 75 mln di dollari australiani (circa 61 mln di Euro), colpendo circa 30 grandi società minerarie australiane, tra cui Rio Tinto e Xstrata, oltre alle già citate BHP Billiton e Fortescue Metals Group. La Carbon tax ha riguardato, invece, circa 300 aziende australiane soggette ad un’eco-tassa per l’inquinamento prodotto: 23 AUD per ogni tonnellata di gas-serra generato. Nell’elenco delle aziende coinvolte figurano non solo le imprese di estrazione mineraria, ma anche le compagnie aeree, le aziende produttrici di acciaio e le imprese energetiche, le quali hanno tutte manifestato immediatamente tutto il loro dissenso per un’imposta che potrebbe gravare sui loro profitti provocando un taglio agli investimenti strutturali.

Tuttavia, Deloitte Access Economics, la più importante società di previsioni economiche in Australia, ha messo in guardia l’attuale governo Gillard dal non far troppo conto sulle entrate generate dalla tassa sui superprofitti minerari nel medio periodo. Secondo le previsioni, la nuova MRRT produrrà entrate pari a 6,5 mld AUD disponibili nel biennio 2013-2014, ovvero “un introito fiscale altamente volatile, destinato a finanziare i crescenti impegni finanziari del Governo australiano”, avverte Glyn Lawcock, Amministratore delegato di UBS Investment Bank di Sydney. Pronta la risposta del governo laburista che ha reagito alle accuse, sostenendo come il nuovo budget abbia tenuto conto di un declino dei prezzi delle risorse e della diminuzione delle entrate legata alla crisi finanziaria globale.

Le tre fasi del boom del settore minerario

In Australia, un Paese ricco di risorse naturali, il boom delle materie prime nel settore minerario è stato d’altra parte la chiave del successo della crescita economica. Ancora oggi il settore minerario rappresenta il 7% dell’intera economia australiana. L’intera economia nazionale, anche quando in frenata, è stata prontamente sostenuta dal boom delle materie prime. Tuttavia, questa tendenza è stata ridimensionata a causa della crisi dell’economia globale e del calo degli investimenti internazionali, anche da parte di quei mercati chiave, quali la Cina e l’India.

Shane Oliver ha ripercorso, a grandi linee, tre fasi grandi fasi storiche che hanno attraversato il boom minerario:

– La prima fase è iniziata circa dodici anni fa ed è stata accompagnata da un forte aumento dei prezzi delle materie prime. Sia gli utili delle società minerarie, sia l’impiego di risorse umane sono saliti notevolmente. Le società pagavano più tasse e ciò ha portato ad enormi avanzi di bilancio aziendali e a tagli fiscali annuali; pertanto, non solo le aziende traevano benefici dalle risorse, ma la ricchezza prodotta coinvolgeva a cascata anche i settori marginali dell’economia del Paese.

– La seconda fase, è quella avviatasi nel corso degli ultimi due anni e ha riguardato un aumento degli investimenti in minerali ferrosi, carbone e gas naturale liquido e di altre materie prime, arrivati a incidere nel giro di un paio d’anni su circa il 4% del PIL.

– La terza fase, infine, è quella che normalmente si caratterizza dall’aumento del volume delle esportazioni di risorse minerarie a discapito degli investimenti. Una situazione che al periodo attuale del Paese è in forte stallo: la ripresa del volume delle esportazioni, derivanti dall’aumento degli investimenti, secondo le previsioni, dovrebbe cominciare a verificarsi nel corso di un paio d’anni.

Conclusioni: verso un’economia equilibrata

Davvero l’Australia corre il rischio di un disastro economico temuto da molti?

In realtà, l’inevitabile fine del boom speculativo degli investimenti nel settore minerario dovrebbe vedere il ritorno dell’Australia ad un’economia più equilibrata. In primo luogo, stiamo assistendo alla spinta verso l’attuazione di progetti di razionalizzazione delle risorse che avranno il merito di ridurre la pressione dei costi e l’aumento delle dimensioni di fornitura dei prodotti in anticipo, contribuendo inoltre ad evitare un crollo dei prezzi delle materie prime.

In secondo luogo, il rallentamento del boom speculativo degli investimenti nel settore minerario dovrebbe anche risollevare gli altri settori dell’economia, come l’edilizia, la vendita al dettaglio, la produzione e il turismo, che hanno sofferto negli ultimi 30 anni la pressione dei tassi di interesse e l’aumento del valore del dollaro australiano.

Pertanto, la fine del boom speculativo degli investimenti nei prossimi 18 mesi potrebbe ridurre drasticamente la pressione sui tassi di interesse e sul dollaro australiano, rilanciando tutti gli altri settori dell’economia australiana, in particolar modo quelli marginali, e favorendo una crescita più equa e bilanciata.

Questo potrebbe anche dare nuova linfa al volume delle esportazioni di risorse minerarie e agli altri settori dell’economia, anche se la qual cosa potrebbe comportare un disallineamento di circa un paio d’anni dalla sua attuazione, presumibilmente intorno al 2014. Per affrontare ciò, anche la Reserve Bank dovrà essere pronta ad abbassare i tassi d’interesse, favorendo i prestiti e un generale rilancio della produzione.

 

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Australia: un mito economico fra speculazione e ipotesi di rilancio

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