Traduzione di Vincenza Lofino | edito da: Info-Cooperazione –  23 marzo 2015
Fonte The Guardian

 

Sono questi i tre peccati capitali che i media inglesi attribuirebbero alle ONG secondo un’inchiesta pubblicata recentemente dal Guardian che registra tra i giornalisti una crescente tendenza a criticare il mondo degli aiuti umanitari e delle ONG. Un rapporto, quello tra media e ONG, indispensabile e spesso esclusivo che mostra oggi alcuni limiti nella capacità di raccontare le realtà dello sviluppo. Il rapporto pubblicato da IBT esorta i due settori a collaborare al meglio in futuro.

Sulla base di una serie di interviste fatte ad autorevoli esponenti del giornalismo anglosassone, l’inchiesta “Il settore degli Aiuti Umanitari – Cosa ne pensano davvero i giornalisti”, pubblicata dall’International Broadcasting Trust (IBT), dipingerebbe un quadro piuttosto desolante del rapporto tra agenzie umanitarie e media.

I giornalisti della BBC, del Mail, del The Sunday Times e altri organi di stampa accusano le ONG di trascurare le persone coinvolte in prima linea nelle aree di conflitto, per concentrarsi di più sui campi profughi – relativamente sicuri – così come di esagerare sulla portata delle catastrofi per attirare a sé donazioni. La relazione fa riferimento anche alle recenti notizie (riportate dalla stampa inglese) di evasione fiscale, attività di lobbying e faziosità politica delle ONG, sottolineando proprio come i giornalisti stiano sempre più trovando il sostegno dell’opinione pubblica nel mettere in discussione le attività delle ONG.

Ian Birrell, corrispondente estero freelance che ha lavorato per il Daily Mail, The Guardian e altri ancora, è descritto nel report come “colui che si è distinto tra i più severi e costanti critici delle ONG e dell’intero mondo degli aiuti umanitari, in generale”. Dice che le ONG contribuiscono a creare un’immagine “disonesta e fraudolenta” dell’Africa, quale luogo d’inimmaginabile povertà e avversità. Ha anche fatto notare che quando riporta una critica alle ONG nei suoi articoli, raccoglie commenti sempre “molto favorevoli … e che, se una volta il giudizio negativo poteva provenire da persone che non sopportavano aiutare gli stranieri, ora lo stesso disagio proviene da persone che invece avrebbero a cuore la causa, ma hanno realizzato anche i difetti di un modello semplicistico e vecchio stile“.

Tim Miller, ex caposervizio agli esteri di Sky News, chiede un maggior controllo delle agenzie umanitarie che utilizzano lo strumento delle donazioni. “Il punto più basso svolto dalle attività delle ONG è stato con lo Tsunami del 2005, quando era chiaro a tutti che era stato raccolto tanto denaro da destinare in aiuti umanitari, ma nessuno in realtà sapeva dove stesse andando” afferma. In un ambiente mediatico dominato dallo scandalo delle spese generali di gestione, dalla crisi finanziaria e dalle accuse di malcostume attribuite a una serie di istituzioni pubbliche, gli autori dell’inchiesta sostengono che, da parte dei media, c’è una nuova tendenza a contrastare anche queste politiche umanitarie, da sempre considerate come delle “vacche sacre”.

Nevine Mabro, capo della politica estera di Channel 4 News, è stata uno dei tanti intervistati ad affermare il fatto che ora i media sono più disposti a controllare il lavoro delle ONG. “In passato c’era forse la sensazione che queste fossero intoccabili perché quello che facevano era considerato buono, quindi non serviva inquisirle come si fa per una grande società capitalistica” dice. “Tuttavia non ricordo quando e perché le cose sono cambiate. Se qualcuno venisse ora a parlarmi di corruzione [nel settore degli aiuti umanitari], mi accerterei sicuramente di ciò”. Tra le proposte per migliorare, i giornalisti chiedono alle ONG di essere più trasparenti nel loro rapporto con la stampa, e di concentrarsi maggiormente sull’emergenza, piuttosto che sull’aiuto allo sviluppo.

Il Responsabile dei media di Christian Aid, ed ex giornalista del The Sunday Times, Andrew Hogg ammette che i rapporti tra giornalisti e operatori umanitari possono essere inutilmente tesi: “Ho parlato con i giornalisti che ci considerano un nemico – come se le agenzie umanitarie stessero cercando di gettare fumo nei loro occhi; non è proprio così. La trasparenza e la responsabilità sono la chiave per poter ben operare”. Hogg ammette che il sospetto vada in realtà in entrambe le direzioni. Dice: “Nel settore degli aiuti, ci sono sicuramente delle persone che disdegnano i giornalisti, perché questi urlano al sensazionalismo o dimostrano superficialità”.

Il rapporto tra media e ONG è di simbiosi – entrambi hanno bisogno gli uni degli altri per fare al meglio il proprio lavoro nei Paesi in via di sviluppo.
“La verità è che abbiamo bisogno gli uni degli altri” sostiene Hogg. “Il rapporto può a volte essere non semplice, ma crea vantaggi reciproci. I giornalisti vogliono accedere alle storie e ai resoconti fatti in prima persona, forniti dalle agenzie umanitarie, mentre queste vogliono attirare l’attenzione su questioni d’interesse, come ad esempio promuovere il loro lavoro”.

IBT esiste per far sì che lo sviluppo globale possa avere il supporto dei media. Il direttore Mark Galloway, ex giornalista ITN, dice che per andare avanti da una situazione di stallo e di sfiducia reciproca, le ONG devono essere molto più proattive. “Dobbiamo avere una migliore consapevolezza di ciò che i giornalisti pensano degli aiuti umanitari e del ruolo dei media, in modo da essere in grado di rispondere alle critiche, quando criticati, senza porsi invece sulla difensiva” dice. Come la relazione sottolinea: “A volte i media riflettono solo ciò che alcuni nel settore degli aiuti umanitari pensano”.

 

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Corporativismo, paternalismo e ostruzionismo: cosa i giornalisti pensano delle ONG

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