Sono arrivata in Grecia circa un mese e mezzo fa per fare volontariato e sono arrivata sull’isola di Samos dove ho lavorato con varie organizzazioni e ONG:

…con Drop in the Ocean, la ONG norvegese con la quale sono partita, con l’avvio di un progetto educativo in una scuola informale per bambini dai 7 ai 12 anni, di cui ho parlato nel precedente articolo.

…con Refugee 4 Refugees (R4R), la ONG inglese di cui ho parlato approfonditamente qui, con l’impacchettamento e distribuzione di hygiene kits. Fondata da un ragazzo siriano rifugiato, Omar, l’associazione nasce con lo scopo di aiutare altre sorelle e fratelli siriani che come lui hanno varcato i confini del proprio paese per sperare un futuro migliore altrove.

…alla mensa del Baobab community center, un centro di comunità sostenuto dall’associazione SwissCross.help che mette a disposizione dei rifugiati i propri spazi aggregativi e un servizio docce per donne e bambini, 5 giorni su 7. È in questo centro, conosciuto come la mensa gratuita dei rifugiati, che ho lavorato nel preparare le verdure, tagliare chili di patate, melanzane, pomodori, cipolle e altri ortaggi, per arrivare pronti per la distribuzione dei pasti caldi all’ora del pranzo.

Infine con Movement on the Ground, la ONG olandese che è nata con l’idea di raccogliere il maggior numero di rifiuti nella tendopoli attorno al campo profughi e distribuire sacchi neri con il fine educativo della raccolta. Ne ho parlato ampiamente in questo articolo.

Che fortuna poter dire di aver dato una mano concreta a molte altre organizzazioni presenti sul campo!
Ho terminato il mio personale viaggio da poco e ancora penso ai volti, ai destini, agli incontri che hanno incrociato il mio. Alle loro storie.

Quello che più mi è piaciuto di tutta questa esperienza non è stato solo il duro lavoro manuale che mi ha fatta sentire appagata, utile e umile, come lavorare nel magazzino, o in mensa, o “nella giungla“, ma anche vivere una straordinaria esperienza in un ambiente multiculturale fatta di una ventina, trentina di volontari provenienti da ogni dove.

Ho ascoltato più o meno la storia di tutti e questa volta ho deciso che non mi soffermerò a parlare dei migranti, della loro sofferenza, della loro battaglia quotidiana per il sopravvivere, delle loro terribili vicende personali e del loro viaggio verso un ipotetico, o più utopico paradiso.

La mia riflessione per una volta si rivolgerà ai volontari, ragazzi – alcuni davvero molto giovani – che come me sono stati spinti da un senso di altruismo e giustizia sociale e sono partiti dalla propria “confort-zone”, spesso a ridosso tra una sessione di esami universitari e un’altra o nell’attesa di una chiamata a lavoro (come nel mio caso), per dare all’attesa un valore solidale laddove c’è più bisogno.

E allora la riflessione parte da alcune domande: perché partiamo? Perché lo facciamo? Chi ce lo fa fare? Nessuno. Siamo Volontari, quindi decidiamo volontariamente e spontaneamente di regalare il nostro tempo dando una mano, senza avere alcun contratto di lavoro reale, senza alcun (co)mandante e senza alcun applauso del mondo.

Dove troviamo i soldi? cioè “chi ci pakaaa?!” Lo facciamo gratuitamente senza stipendio o contributo dato all’INPS. Gratis, anzi praticamente ci rimettiamo i nostri risparmi per trovare un posto per dormire, del cibo per mangiare -solitamente arrangiato, fast-food- , un mezzo per spostarsi. Chi ce lo fa fare? Eppure per certo, tutto questo sbattimento, da qualunque angolazione lo si guardi, verrà sempre dopo quel qualcos’altro che è motore di tutto: aiutare.

Ho concluso il mio mese e mezzo a Samos e mi porto a casa le storie dei volontari. Storie semplici, storie di (stra)ordinaria umanità:

  • Come quella di Martin, uno dei responsabili della ONG olandese, cui ho dato una mano, Movement on the ground. Un uomo sulla quarantina che ha deciso di mollare il suo lavoro da imprenditore, prendere la sua ditta di pannelli solari e vendere tutto. Con la cospicua rendita, Martin ha deciso di investire nella ONG olandese e andare a vivere per mesi, forse si fermerà degli anni a Samos. E mentre i ragazzi del campo lo chiamano “the Garbage man”, lui promette a tutti di rimanere a fare il volontario della nettezza nella lercissima tendopoli fino a quando la smetterà di divertirsi come invece sta facendo ora.
  • Come quella di Zain, ragazzo medico specializzando in Pediatria in Germania, palestinese venuto a Samos per dare una mano o meglio la sua lingua araba, come traduttore e trascorrere le sue 3 settimane di ferie, tra un ciclo di studi e un altro, a lavorare nella mensa del Baobab centre, con i suoi risparmi risicati e messi da parte grazie ai suoi turni di lavoro come lavapiatti per potersi mantenere agli studi e alle spese che sostiene quando torna a Stuttgart, dove vive.
  • O Anne, olandese anche lei, coordinatrice delle attività di R4R e responsabile per Samos e Lesbo da più di un anno e mezzo. Di lei si conosce in giro già il nome, apparso qualche mese fa con un editoriale sul nostro l’Espresso. Finiti gli studi ha sentito solo una gran voglia di mettersi in gioco e specializzarsi nel settore umanitario; ed è la storia più simile alla mia per mission e vision.
  • Di Kathryn, Mary, Karol, Danielle… tutte signore distinte e “well-educated” per dirla alla inglese, chi americana, chi britannica, e prossime alla pensione. Alla loro veneranda età over-50, fino a over-70, è balzata l’idea di venire in questo angolo di mondo e di mettere a disposizione il proprio tempo e il sapere di una vita per fare le volontarie in mezzo ad una gang di ragazzotti di 40 anni meno di loro.
  • Di Petra, che ha l’età della mia mamma ed una scrittrice norvegese di libri sulla pedagogia. È una signora alla quale ho voluto un gran bene da subito, non fosse per il suo accentuato spirito di umanità e profondissima sensibilità. Spesso siamo andate a nuotare insieme nelle acque gelide del mattino (lei norvegese, più allenata di me alle fredde temperature del mare di maggio) prima di andare a lavoro nella scuola dove siamo state colleghe per Drop in the Ocean.
  • O la storia di Arda, giovane ragazzo con 5 lingue all’attivo per via delle sue mille nazionalità che gli permettono di parlare: farsi-arabo-inglese-turco e curdo. È lui il traduttore ufficiale del Baobab centre, in ospedale e dove c’è bisogno di lui. Studia come perito meccanico ad Atene, ha solo 18 anni e un futuro che spero lo faccia brillare!
  • Dei pochi italiani incontrati sul mio percorso, ricordo con affetto: Massimiliana, responsabile di Action for Education, una tipa tosta un po’ rude ma efficace e con uno spiccato accento veneto. Coordinare un centro con più di 60 volontari tra espatriati e rifugiati, quasi tutti maschi massicci, più grandi di lei, non è certo un problema. Ecco allora che al primo che “sgarra”, lei batosta come una mamma premurosa e rigida fa con i figli, ed è forse per questo che le si perdona tutto, anche la parolaccia facile .
  • Di Daniele, educatore di Trento. Oh! Finalmente qualcuno della mia età o quasi. 32 anni, arrivato a Samos per vedere la situazione, aiutare e “stare un paio di settimane”. Alla fine è da più di 5 mesi che è sull’isola come docente ed educatore e promette di rimanerci ancora un anno, o quanto basta per poter essere d’aiuto, anche se questo vuol dire non avere alcun beneficio economico se non il solo rimborso per le spese dell’alloggio, nient’altro.
  • E Giuseppe, o per tutti Peppe, medico bresciano di 72 anni in pensione che ha deciso di “passare le vacanze” a Samos contribuendo nel magazzino e sbalordendo tutti per la sua forza e il suo rendimento. Di lui si dice un gran bene, e si ha un gran rispetto, perché è uno dei volontari più anziani dell’isola e chissene importa del suo inglese sgangheratissimo…

E poi le storie di tante tante altre gocce che non ho menzionato; impossibile ricordarle tutte.
Un dovere custodirle nel cuore. Infinite come le gocce dell’oceano, ma anche sconosciute e silenti come le gocce nel deserto, storie spesso insignificanti per il mondo intero. Netta minoranza in un oceano di maggioranza. Nessuno presterà loro attenzione probabilmente, ma non io.

Gocce in mezzo ad un oceano di inquietude e di rassegnazione, di politichese e burocratese, di disumanizzazione. Sono gocce d’acqua cheta che crepano i massi, piano piano, goccia dopo goccia, che smuovono qualcosa da dentro, sono storie che mi com-muovono e mi muovono a fare meglio; danno speranza.

Sono gocce che dissetano il bisogno di continuare a vivere, di lottare per sopravvivere. Senza queste gocce non ci sarebbe vita per nessuno, perché nessuno saprebbe come dissetarsi senza di loro.
Persino noi stessi che operiamo il volontariato, non riusciremmo a dissetarcene: infatti mai prescindere dall’aiuto che diamo anche a noi stessi. L’operatore aiutando si aiuta, in una continua ricerca di felicità utile mista a qualità della vita.

E se di queste gocce può darsi non ci si sazia mai davvero, allora forse ha un qualche fondamento di verità ciò che diceva il saggista Cal Newport: “I have a never-ending thirst to get better!”

#WeAreDrops

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Drops. Storie di Umanità

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