di Vincenza Lofino | edito da: Zeppelin – 8 novembre 2014

 

ebola1Se ne parla da mesi su tutti i media, ma forse solo ultimamente ci si rende davvero conto della sua gravità fuori controllo. Le Organizzazioni Non Governative (o ONG) presenti sul campo dell’emergenza Ebola, non fanno altro che lanciare appelli per arginare il più rapidamente possibile quella che è considerata l’epidemia di ebola più grave di sempre, ma oggi a che punto è la situazione del contagio mortale che sta flagellando una parte dell’Africa e non solo, quali scenari ci attendono e come stanno rispondendo gli aiuti internazionali all’emergenza? Qui in questo articolo, cercherò di fare luce con una panoramica generale. 

È quasi passato un anno dall’inizio dello scoppio del virus, ma la situazione sembra peggiorare con il passare dei mesi. Il numero dei casi documentati in Liberia, Sierra Leone e Guinea, ovvero gli Stati dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti, raddoppia ogni tre settimane. Secondo il Global Alert and Response del WHO (World Health Organization), ad oggi 1 ottobre, i casi ufficialmente documentati dalle autorità sanitarie sono circa settemila, di cui circa la metà mortali, ma i numeri reali sono probabilmente più alti.

In tutti e tre gli Stati è stato dichiarato lo stato di emergenza. In Liberia, il Paese maggiormente colpito, il Presidente Sirleaf ha ordinato la momentanea chiusura delle scuole, la cancellazione di numerosi voli internazionali, il monitoraggio dei confini di Stato e messo in quarantena alcune comunità nel tentativo di frenare il contagio. Altri casi sono stati registrati anche in Nigeria e ora il virus metterebbe in allarme anche l’Europa, mentre parrebbe confermato il primo caso negli States da parte di un cittadino americano di ritorno dalla Liberia, in stretta osservazione nell’ospedale di Dallas, in Texas.

Si tratta di un’epidemia senza precedenti che ha spazzato intere famiglie e ha scosso diversi esperti di emergenze internazionali, allarmati dalla gravità di un’epidemia mai così esplosiva e con un tasso di mortalità del 70,8%, secondo il New England Journal of Medicine. Alcuni ricercatori avrebbero pronosticato una sensibile riduzione della trasmissione del virus del 40% se fossero presenti, assieme alle cure e alle terapie tradizionali, alcune “pratiche” in grado di contenerne il contagio, come il lavaggio dei corpi durante il rito della sepoltura e una politica di comunicazione verso le comunità, soprattutto quelle più remote che non hanno accesso agli strumenti di informazione e che vivono il tabu culturale del rifiuto di un trattamento medico o di una qualsiasi assistenza sanitaria di base in caso di necessità.

Ne è convinta Margaret Chan, direttore generale dell’WHO che sfida provocatoriamente gli operatori sul posto e spiega come se ben gestita efficacemente e supportata idealmente da un sistema sanitario funzionante in grado di tracciare, monitorare e comunicare (condizioni poco presenti in Guinea, Liberia e Sierra Leone), si possa contenere un’epidemia senza farsi sopraffare dalla paura e dalla disinformazione che spesso risultano più mortali del virus stesso. “Numerose altre esperienze in Africa nel corso di quasi quattro decenni dalla scoperta del virus, avrebbero confermato ciò. Continua, basti pensare ai focolai apparsi e poi gestiti in Stati come Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Gabon e Sudan”.

Questioni fondamentali come la raccolta dei dati e il buon coordinamento dei lavori hanno permesso in passato di rispondere in modo appropriato a queste catastrofi e di ridurre drasticamente i numeri delle vittime. Tuttavia il problema dell’epidemia di ebola non è così semplice. La crisi sanitaria rimarrebbe comunque aggravata dalla mancanza di risorse finanziarie e dalla necessità di formare nuovi medici e nuovo personale sanitario. Inoltre la persistente incapacità dei Governi di gestire le emergenze e di comunicare efficacemente con i propri cittadini (probabilmente per mancanza di fiducia di questi ultimi nelle Istituzioni) può contribuire a ostacolare la risposta alle emergenze degli aiuti internazionali e delle tante organizzazioni civili come Medici Senza Frontiere (MSF)che da sempre e anche dall’inizio di questa nuova fase, è in prima linea nella lotta senza sosta contro l’ebola, fornendo cure e costruendo nuovi ospedali.

Gli aiuti umanitari istituzionali (e non)

La risposta è arrivata tardi, solo a metà settembre. Dopo mesi infatti ci si è accorti che l’epidemia di ebola in Africa occidentale era diventata tale da necessitare una controffensiva globale e coordinata. Il 16 settembre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha annunciato un’iniziativa del governo statunitense che prevede l’invio di 3000 soldati e un finanziamento di 500 milioni di dollari proveniente dal Dipartimento della Difesa. Gli ha fatto eco due giorni dopo, il segretario generale dell’ONU BanKi-moon d’accordo con la necessità da parte degli Stati membri di intervenire con urgenza. L’ebola infatti ora “costituisce una minaccia per la sicurezza e la pace mondiale”. Immediata anche la risposta di altri Stati, come Cuba, che hanno promesso di inviare rifornimenti e operatori sanitari per supportare i medici locali.

Durante il corso dell’anno, il Presidente di MSF, Joanne Liu, ha più volte invocato aiuto da parte delle Nazioni Unite chiedendo supporto in questa battaglia internazionale. A oggi MSF ha inviato più di 420 tonnellate di aiuti alle popolazioni colpite dall’epidemia e 2000 operatori sul campo, gestendo più di 530 letti in diversi centri di trattamento dell’ebola, ma non basta. Servono altre strutture adeguate e la fornitura di ulteriori posti letto, equipaggiamenti di protezione di base e unità di isolamento. Nel Centro di Trattamento per l’Ebola di MSF a Foya, i pazienti si riuniscono su panche di legno e sedie di plastica indeboliti e fiacchi mentre il loro sistema immunitario viene corroso lentamente dal virus.

Gli stessi operatori sanitari muoiono perché a stretto contatto con i pazienti, sovrastati dal lavoro di assistenza ai malati che accorrono sempre più numerosi ai centri. Non solo.

MSF sta svolgendo anche una serie di attività di sensibilizzazione come la promozione della salute, formazione del personale medico, le pratiche di sepoltura in sicurezza e un servizio di ambulanza. Per questo ha lanciato una campagna mediatica per sostenere i propri progetti anti-ebola, a questo link: www.msf.it/ebola.

Quali scenari ci attendono

La recente epidemia di ebola è diversa da quelle precedenti, al punto da rendere difficile prevederne l’andamento. Una pandemia dagli effetti rapidissimi che diventa sempre più difficile da controllare e contenere giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, mettendo in crisi un intero sistema sanitario non solo per le migliaia di vite umane perse, ma anche in termini di destabilizzazione nazionale dei Paesi colpiti e di quelli contigui. Il numero di posti letto, dei medici, del personale sanitario è ancora insufficiente nonostante il nuovo programma di aiuti promosso da Stati Uniti e dal WHO.

Per fermare la diffusione del virus sono state proposte delle misure d’emergenza che nel brevissimo periodo possono occuparsi dei malati e prevenire un’ulteriore diffusione: si va dal tradizionale “isolamento” di tutte le persone infette, al contacttracing, cioè l’analisi degli esami di tutti coloro che sono rimasti in prossimità di una persona contagiata, fino al monitoraggio di coloro che hanno contratto l’infezione e in seguito sono guarite, il cui sangue, secondo una commissione di esperti del WHO, può essere utilizzato per curare i pazienti.

Nel lungo periodo invece, trattamenti e vaccini ad alta tecnologia potranno essere efficaci anche su medici, infermieri e personale sanitario a diretto contatto con i pazienti

Quindi quali scenari ci attendono? A ben vedere, tutti i provvedimenti di breve e di lungo periodo sopra citati, potrebbero contribuire magari solo a rallentare la diffusione del virus. Magari non servirà a fermare l’epidemia se a questo, non si unirà la consapevolezza che una buona gestione delle emergenze non può prescindere da alcuni principi come: una buona programmazione; degli investimenti da destinare in aiuti di vario genere; educazione e sensibilizzazione e piani di cura nel tempo.

Nel tempo già, perché sarà un lavoro lungo quello richiesto per spazzare via completamente questa epidemia di ebola dall’Africa occidentale e probabilmente necessiterà ancora un anno o forse più, e dovrà alla fine fare i conti con il prezzo umano che questa epidemia ha causato, anche tra medici e personale sanitario, e con alcuni aspetti culturali locali, come la discriminazione che alcuni malati di ebola, e i loro familiari, subiranno nelle loro comunità di appartenenza, se riusciranno a sopravvivere.

 

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Ebola: il nemico invisibile
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