Egregia Penelope,
ho imparato il rispetto che non ti ho portato.
La calma e la solitudine mi hanno donato la pazienza e la gentilezza,
per affrontare la febbre.

Così ho fatto tesoro del disgusto provato
per distinguere “le imperfezioni” dalle “imperfezioni”.

Con gli occhi lucidi, ho stropicciato fogli su fogli
per arrivare a dimenticare il rancore,
con mente anch’essa lucida.

Ho scorto il bagliore del bramato pragmatismo
da un fascio d’instabile folle ardore idealista,
di cui entrambe erevamo profuse.

Colma di questo straziante dilemma
avevo chiesto una resa al dualismo.

Più di tutto, il mio corpo e la mia salute
chiedevano di essere recuperati,
lanciando appelli ad un sano principio
che per sua natura e per sua sfortuna, non esisteva.

Invocavo aiuto ad una volontà famelica e malata di sifilide,
lo spirito squilibrato che stringeva troppo la mente e la spappolava,
in nome di un orfico delirio artistico.

Di questo e d’altro mi facevo vanto.
Di questo e d’altro imbrattavamo le nostre tele.

Nelle vene, l’idea di noi scorreva di questo e d’altro,
lo abbiamo raccontato nelle nostre tele.

Fatte e disfatte chissà quante volte.
Rifatte poi con minuzia;
ristretti i fitti intrecci diletti strettamente uniti, invitti.
Non si scioglieranno col passare del tempo.

Egregia Penelope, le parole che ti scrivo non preannunciano né promesse, né tempeste.
Non so sfidare la sorte – non la conosco.
Né posso presagire i venti che verranno.
Affronterei comunque a viso aperto,
colma sempre e ancora di tutto.

Perdonami per il rispetto che non ti ho portato,
ma c’è ancora il mare
con i suoi abissi immensi
d’amore di un cuore
che t’avrebbe forse voluta gelosamente solo per sé.

E c’è l’ignoto, la follia in un cantuccio, minacciosa.
E c’è l’essenza. Quel che resta è celebrato nei nostri scrigni.
Quell’essenza che si nutre di assoluto e non è di questo mondo.

La celebreremo ancora insieme
in un’altra vita, ritorneremo e ricostruiremo.

(Lecce, marzo 2007)

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Egregia Penelope
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