di Vincenza Lofino | edito da: BloGlobal, OPI – 10 settembre 2013

 

Il 7 settembre 2013 la coalizione dei liberali ha vinto le elezioni generali australiane con il 53,1% delle preferenze contro il 46,8% del Partito laburista e potrà ora godere di una maggioranza confortevole dei seggi in Parlamento (150 in tutto): 88 contro i 57 dei laburisti, questi ultimi al potere negli ultimi sei anni. Insieme ai due principali schieramenti, ben altri cinquanta partiti hanno partecipato alle consultazioni, tra i quali i Verdi, il Palmer United Party – guidato dal miliardario Clive Palmer – e il Wikileaks Party di Julian Assange che non è riuscito ad andare oltre l’1,19% e ad entrare in Parlamento mettendo così fine all’esilio nell’Ambasciata ecuadoriana a Londra del suo fondatore. Tutte queste formazioni si sono avvantaggiate dalla frammentazione della base elettorale laburista.

Tony Abbott, leader della “Coalizione” (intesa formata da Liberal Party, National Party, Country Liberal Party e Liberal National Party), ha conquistato la vittoria dichiarando: “L’Australia è sotto una nuova gestione e l’Australia è di nuovo aperto al business” promettendo un governo più “competente e affidabile“. Abbott, 55 anni, cattolico conservatore, soprannominato dai suoi nemici Mad Monk (monaco pazzo), accusato di misoginia e protagonista di una lunga serie di gaffe, potrebbe essere considerato un vincitore “miracolato” più dai recenti disastri dei laburisti che da una vera opposizione da lui rappresentata.

Laburisti nel caos negli ultimi anni

Pur avendo accompagnato con successo l’Australia nei difficili anni della recessione globale, il Labour Party australiano (ALP) ha pagato a caro prezzo sia alcune scelte di politica economica (prime fra tutte l’aumento vertiginoso delle tasse per far fronte alle ripercussioni della crisi economica globale) sia le profonde divisioni interne. Da tempo infatti aveva perso credibilità presso l’elettorato. Già una prima volta, nel 2010, il suo leader e Premier uscente, Kevin Rudd, era stato costretto a mettersi da parte a seguito dell’attivazione all’interno del partito della cosiddetta procedura di “leadership spill” (attraverso cui si verifica il grado di sostegno al proprio leader), lasciando il posto – e dunque l’esecutivo – a Julia Gillard, appartenente alla right wing dell’ALP e prima donna a guidare il governo federale dell’Australia.

Proprio la Gillard ha patito la medesima sorte quando, sfiduciata dal partito lo scorso 26 giugno a poche settimane del voto e a seguito della votazione da essa stessa richiesta, ha dovuto rimettere la leadership nelle mani del suo predecessore, Rudd, eletto dal gruppo parlamentare del partito.

La pressione sulla Gillard perché abbandonasse l’incarico, vista anche la caduta libera del Labour Party nei sondaggi di quest’estate, ha comunque avuto l’effetto positivo di recuperare una buona parte del favore dell’elettorato di riferimento. Nonostante si profilasse, nella migliore delle ipotesi una sconfitta pesantissima, nella peggiore il quasi totale annichilimento dei deputati laburisti, Rudd è riuscito nell’ultimo mese a ridurre il distacco dal Partito Liberale puntando forte sull’economia (oltre che competere alla pari su un tema particolarmente sentito quale l’immigrazione clandestina): infatti, malgrado le difficoltà registrate da Canberra negli ultimi anni – generate in primo luogo dalla caduta della domanda delle materie prime, il settore trainante l’intera economia nazionale –, Rudd ha puntato forte sugli ultimi dati economici a difesa dell’operato dei Labour: la crescita nel 2013 si attesta al 2,5%, l’inflazione al 2,4% e la disoccupazione resta a livelli – per gli standard europei – decisamente bassi (5,7%). Per non parlare del deficit, metà di quello degli Stati Uniti (30 milioni) e del debito netto, un ottavo del PIL.

Su questo punto, d’altra parte, l’appoggio di Rupert Murdoch ai liberali ha contribuito a una campagna elettorale incandescente. Il potente e discusso tycoon del grande gruppo editoriale internazionale News Corporation che controlla il 70% del mercato dei quotidiani australiani, nei primi giorni di agosto avrebbe dato la notizia delle elezioni come una chance per battere i labouristi, inadatti a suo dire, a risolvere la situazione economica odierna, esprimendosi attraverso le colonne del Daily Telegraph con un perentorio: “Finalmente un’occasione per buttare fuori questa gente”. Rudd ha successivamente risposto accusando Murdoch di convenienza: appoggiare i liberali per difendere i propri affari personali e interessi economici.

La campagna elettorale incoraggia i Laburisti ma non basta

Tony Abbott ha così vinto promettendo tagli alle tasse per ben 42 miliardi di dollari australiani. Direttore di uno stabilimento di cemento, giornalista e consigliere politico, Abbott ha trascorso quattro anni come leader dell’opposizione nel tentativo di abrogare la carbon tax, una tassa sulle emissioni di CO2 istituita dai laburisti per contrastare il surriscaldamento climatico. Si tratta di una tassazione rivolta alle aziende – eccetto per il settore dell’agricoltura e dei trasporti – che emettono inquinamento per più di 25.000 tonnellate di emissioni carbonifere all’anno; una tassa che reso l’Australia uno dei Paesi più attivi nella lotta alle emissioni inquinanti ma che, per molti, ha costituito un limite alla ripresa industriale. Se verrà realizzato quanto promosso durante la campagna elettorale, la Coalizione darà ora invece vita ad un “Direct Action Plan” quadriennale da 3,2 miliardi di dollari secondo cui agricoltori e industriali verranno pagati per ridurre le emissioni.

Durante l’accesa campagna elettorale di quest’estate, i laburisti avevano accusato Abbott di ingenti tagli alla spesa e al lavoro, che avrebbero portato Paese all’austerità in pieno stile europeo. Abbott ha ricacciato le accuse, affrontando temi come lavoro e welfare nonostante il costo della vita in Australia si faccia sempre più pressante e nonostante una situazione finanziaria attuale in “emergenza di bilancio” – sebbene studi mostrino un aumento di circa 5.300 dollari in più rispetto al 2008, anno dell’inizio della crisi economica-finanziaria mondiale, nelle entrate di una famiglia media australiana.

Tra le altre promesse di Abbott: un taglio del 1,5% sulle tasse alle aziende, fatta eccezione per le 3.000 compagnie più grandi del Paese, sulle quali continuerà a gravare l’aliquota del 30% e investimenti per circa 11 miliardi di dollari per migliorare le infrastrutture e la qualità della rete stradale, venendo incontro ai pendolari suburbani, già da tempo in agitazione per ingorghi e traffico nelle più grandi città.

Un’altra grande promessa elettorale è stata quella di garantire un’indennità di maternità particolarmente favorevole, offrendo alle madri fino a 75.000 dollari australiani per un congedo di sei mesi, sostenendo una migliore qualità della vita della donna moderna nel suo rapporto, spesso contrastato, famiglia/lavoro. L’azione, probabilmente tesa a catturare l’elettorato femminile, vorrebbe essere una risposta all’etichetta di “misogino” propinata da Julia Gillard durante i famosi quindici minuti di arringa dell’ex Premier australiano dello scorso ottobre 2012, in cui, in seguito all’ennesimo scivolone sessista di Abbott, affermò: “Non accetterò lezioni di sessismo e misoginia da quest’uomo. Né lo farà il governo, né ora né mai”.

Oltre che sull’economia e sul welfare, la campagna elettorale australiana si è giocata su temi come il lavoro (i laburisti di Rudd avevano promesso incentivi per la scolarizzazione e la creazione di nuove opportunità d’impiego, mentre i conservatori si erano concentrati su proposte di carattere prettamente economico), su questioni legate al clima e all’energia e sull’emergenza degli immigrati clandestini, da anni forse il principale tema di agitazione politica e sociale in Australia (nel 2012 sono stati oltre 12mila gli sbarchi irregolari dall’Asia).

Sul fronte laburista, il già citato ridimensionamento del vantaggio liberale non ha risparmiato le critiche mosse da un elettorato abbastanza perplesso su alcuni punti centrali come il tema energetico e climatico con l’ipotetica sostituzione della Carbon tax con una nuova Emission Trading Scheme per contrastare i gas serra, e soprattutto sull’accordo con Papua Nuova Guinea e con l’isola di Nauru per il respingimento dei rifugiati clandestini intercettati (“Piano Papua Nuova Guinea”) su barche non autorizzate e spediti sull’isola tropicale per essere identificati e valutati nelle loro richieste di asilo.

Si è trattato, come è stato detto, di una “sbandata verso destra” dei laburisti che avrebbe finito per influire negativamente e definitivamente sulla loro corsa elettorale, da un lato perdendo quella fetta di elettorato più incline ad una politica di concessione di asilo quasi incondizionato e dall’altro consentendo ad Abbott di non sentire più l’urgenza di propagandare in materia di rifugiati quanto piuttosto di verificare la reale capacità di Rudd di implementare le sue idee.

Sale ora l’attesa per il primo discorso del neo Premier sui temi di politica estera: Abbott ha da sempre privilegiato temi di politica estera che riguardassero principalmente le regioni di influenza australiane (Oceania, rapporti con la Cina e con i Paesi dell’Asia meridionale) in un’ottica soprattutto economico-commerciale – al contrario degli avversari che si sono sempre interessati di temi globali – e proprio poche settimane fa aveva definito il conflitto siriano una “guerra di cattivi contro cattivi”. Eppure il governo uscente, rappresentato dal Ministro degli Esteri Bob Carr, ha firmato a S. Pietroburgo insieme ad altri 11 Paesi il documento di condanna nei confronti del regime siriano. E l’Australia è, almeno per il mese di settembre, Presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A questo punto qualche chiarimento su quale saranno le linee direttive estere di Canberra sono più che necessarie.

 

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Elezioni in Australia: il ritorno dei liberali

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