di Vincenza Lofino ed Eliza Ungaro | edito da: Zeppelin – 16 marzo 2015

 

Si susseguono le stragi di migranti nel mar Mediterraneo. L’Europa si preoccupa dei morti, ma non riesce ad avere una visione d’insieme del problema. L’emergenza è grave e ad occuparsene, i paesi membri, che sembrano non avere né la forza né la capacità politica per rispondere ai flussi migratori provocati  dalle guerre che stanno sconvolgendo porzioni d’Africa e di Medio Oriente. Qual è lo stato dell’Arte? Qui il primo di una serie di articoli di approfondimento sul tema.

Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia.

Se Fernand Braudel si ritrovasse oggi di fronte alla stessa domanda, la risposta sarebbe inevitabilmente, un cimitero. Le tragedie si susseguono; l’ultima nel mese di febbraio, quando al largo delle coste italiane hanno perso la vita altre 300 persone. E sì nel mar Mediterraneo è in corso un’emergenza umanitaria. E in Italia, la confusione circa la questione è imperante.

L’opinione pubblica sembra dividersi tra un atteggiamento di ostilità nei confronti di vicini considerati scomodi e il diffuso senso di sfiducia maturato verso le Istituzioni Europee, incapaci di proporre una soluzione comunitaria alla migrazione forzata, a cui sono costretti quanti scappano dalle loro terre. Eppure non è per incapacità che nel mar Mediterraneo, la gente continua a morire. Se le istituzioni europee sono prive degli strumenti necessari per intervenire – dato che la strategia di soccorso è una decisione politica che spetta ai singoli Stati membri – perché sul tavolo non si vedono, almeno, iniziative atte a colmare il vuoto normativo che investe queste materie?

La risposta è semplice. Non è possibile avanzare proposte di legge in termini di gestione e di diritto d’asilo, in virtù di vincoli comunitari come ad es. il Trattato di Lisbona in tema di immigrazione dove la competenza dell’Unione è concorrente o il Regolamento di Dublino III attualmente in vigore. L’Ue è chiara su questo punto: il problema della materia del rifugio è una decisione che spetta agli Stati Membri.

Appare evidente che non tutti gli stati dell’unione sono ugualmente esposti al fenomeno dell’immigrazione da stati terzi, eppure l’Unione non interviene neanche in questo, dato che non possiamo considerare la semplice affermazione del principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli stati membri, contenuta nel trattato di Lisbona, come vincolante per uno Stato.

La revisione dei trattati fondativi è impensabile; d’altronde richiederebbe l’accordo all’unanimità dei 28 paesi membri. Si potrebbe auspicare a una cooperazione rafforzata cioè su base volontaristica, peccato che manchi la fiducia ovvero la condizione necessaria per mettere in atto un cambiamento giuridico.

Siamo testimoni di un’epoca in cui l’Europa si dichiara incapace di gestire una delle sue risorse più preziose? (il Mediterraneo)

Abbiamo detto che la strategia di soccorso è una decisione che spetta ai governi nazionali, per cui discorsi alla stregua del “diamogli un panino e ributtiamoli in mare” sono da escludere dato che, se ad attraversare il Mediterraneo fossimo noi, spereremmo in qualcosa di più umano. L’obbligo di soccorso in mare è una questione giuridica che ha trovato soluzione nelle formulazioni contenute nella Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, del 1951. L’Europa garantisce il rispetto del principio consuetudinario del non respingimento. La volontà politica degli stati membri in materia di asilo europeo (?) dovrebbe concentrarsi sulla realizzazione di questo principio.

Bene, ma come comportarsi nei confronti di quelle imbarcazioni che hanno lanciato un SOS al di là, delle 30 miglia?

Dal punto di vista normativo operazioni come Mare Nostrum Triton figurano come misure che ragionano sulla capacità di frenare i flussi, ma il problema è che questi flussi non s’interromperanno, a prescindere dalla normativa, dato che le persone si stanno muovendo. Da almeno 20 anni a questa parte; quindi la si chiami pure emergenza, ma non per le ragioni sbagliate.

Mare Nostrum, Frontex Plus, fino a Triton

Mare Nostrum è stata un’operazione militare e umanitaria voluta dal governo Letta, istituita nell’ottobre 2013 per far fronte a stragi come il naufragio che il giorno 3 dello stesso mese, aveva causato la morte di 366 persone. L’operazione aveva l’obiettivo di garantire il primo soccorso in mare dei migranti e limitare il fenomeno dei trafficanti illegali. Ha coinvolto un ingente patrimonio di risorse (umane ed economiche) e mezzi facenti capo alla Marina Militare, all’Aeronautica Militare, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alla Capitaneria di Porto, oltre all’impiego di personale degli uffici immigrazione e a uno staff medico per i controlli e gli interventi sanitari. Un’operazione che ha salvato circa 160.000 persone.

Accanto a Mare Nostrum, sono state promosse altre iniziative dell’Ue e condotte da Frontex, l’agenzia per la gestione della Cooperazione Internazionale per gli Stati confinari, alle frontiere dell’Ue che, con l’iniziativa Hermes, ha voluto contrastare l’immigrazione irregolare dalle coste libiche verso le coste italiane e con Aeneas vigilare sulle coste pugliesi e calabresi nel mar Jonio. Alla fine di agosto del 2014, proprio a causa dell’aumento dei flussi, Frontex aveva promesso di sostenere l’operazione italiana Mare Nostrum con un’operazione chiamata Frontex Plus che avrebbe dovuto garantire anche la lotta alle mafie e agli scafisti.

Nel giro di pochi mesi Mare Nostrum e Frontex Plus hanno poi dato vita all’operazione europea Triton,lanciata il 1 novembre 2014, che tuttavia parrebbe non avere la stessa capacità di controllo e salvaguardia per motivi di natura economica e decisionale: Triton infatti è finanziata dall’Unione europea con circa 3 milioni di euro al mese, due terzi in meno rispetto ai fondi destinati a Mare Nostrum. Inoltre Triton prevede il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane. La finalità sembrerebbe quindi indirizzata al solo controllo della frontiera, più che al soccorso.

Le critiche e le perplessità circa i vari interventi arrivano proprio da quanti sono impegnati in prima linea a promuoverli. Laura Boldrini, presidente della Camera ed ex portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, in seguito alle stragi degli ultimi mesi, avrebbe infatti ritenuto l’operazione Triton“inadeguata”. Le hanno fatto eco il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks e il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, il quale avrebbe detto a proposito di Triton che è “solo un inizio”, un’operazione dalle dimensioni più ridotte rispetto alle misure precedenti, come Mare Nostrum, che rappresentava un impegno notevolissimo in termini di risorse e mezzi. Ora c’è Triton che è sì un’operazione più “europeizzata” ma che tuttavia non può e non deve portare a «fare passi indietro sul fronte dell’impegno umanitario, né ridurre la dimensione dell’intervento»

Ora, posto che di fronte all’obbligo di soccorso in mare non ci si dovrebbe sottrarre, perché l’Unione Europea non si fa promotrice di un’iniziativa umanitaria (coordinata dalle marine militari) che eviti a persone disperate d’imbarcarsi su quei gommoni e allo stesso tempo ascolti le richieste di quanti stanno scappando da una guerra?

Nel mar Mediterraneo è in corso un’emergenza umanitaria, ma come abbiamo visto, l’Ue passa la palla agli stati membri, che diffidando l’un l’altro rendono i cambiamenti giuridici (necessari per ridisegnare i provvedimenti vigenti) una chimera.

Auspicabile anche se inverosimile un’azione di natura volontaria come la cooperazione tra paesi membri per fronteggiare un problema che non dovrebbe essere considerato tale, almeno non nei termini in cui se ne parla. Sono anni che bambini, donne e uomini perdono la vita nel Mediterraneo, in un mare che è un crocevia antichissimo, in un mare “che amiamo conosciamo e che offre sul nostro passato la più sbalorditiva e illuminante delle testimonianze.”

L’indifferenza di fronte a tutto ciò, costituisce un problema, non l’esistenza di quanti miracolosamente raggiungono le coste.

Forse però come ricorda il professor Maurizio Ambrosini dell’Università degli Studi di Milano “siamo migliori delle nostre paure” riferendosi proprio al fatto che l’Italia all’epoca delle guerre balcaniche seppe accogliere circa 77.000 persone bisognose d’aiuto. Il fatto di essercene dimenticati significa che gli stessi individui si sarebbero integrati nel tessuto sociale, senza sconvolgerlo. Un buon segno, anche se, forse davvero l’unico.

 

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Emergenza umanitaria nel Mar Mediterraneo
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