La storia del ragazzo paziente
cominciava con un’infanzia tosta, difficile, a tratti dolente.

Proseguiva con un’adolescenza/obsolescenza
quando le fatiche di ogni giorno
includevano senza sconti:
i sacrifici di un padre fiaccato da delusioni fraterne,
più che dal suo duro lavoro;
e gli sforzi di una madre d’acciaio
che temeva di abbracciare il figlio per paura di tradirsi
e di tradire un affetto quasi pericoloso o troppo incauto da rivelare.
Quei tanti discorsi intrapresi e poi lasciati a metà;
un pugno di sorrisi accennati.

Tirava avanti il ragazzo paziente.
Diviso tra i nonni, i parenti
e una dignità da stringere, forte, tra i denti.

Cicatrici alle mani che parlano di serietà, di mestiere.
Cornici di amicizie di borgata, spesso poco sincere
e un paio di storie mai raccontate per davvero.

Finalmente il riscatto, fuori dal paese,
insperato e meritato,
per questo uomo rimasto discreto,
divenuto ambizioso.

Un vero sognatore di garbo,
ma con i piedi di piombo
che faceva bene a conservare, meticoloso, il suo buon senso,
buone dosi di giudizio e senso pratico
e una spiccata vocazione oratoria.

Un’educazione severa, ma tutto sommato equilibrata, alle spalle.
Un amore alle porte.
Un futuro altrove.
Un’altra vittoria.

Il ragazzo paziente seppe aspettare
e al momento opportuno emergere,
proprio come un dio, dalle spume del mare.

(Lecce, ottobre 2006)

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Il ragazzo paziente
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