di Vincenza Lofino | edito da: BloGlobal, OPI –  5 novembre 2013

 

Il nuovo Rapporto globale dell’ILO (International Labour Organization) sul lavoro minorile solleva più di qualche quesito sui problemi del mercato del lavoro soprattutto nelle emergenti economie asiatiche. Per due colossi come India e Cina, entrambi Paesi BRICS con un elevato tasso di crescita annuo del prodotto interno lordo (del 3,2% per l’India e il 7,8% per la Cina, secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale) e con un immenso territorio e un’immensa popolazione (circa due miliardi e mezzo di abitanti assieme), come possono le questioni sociali legate alle condizioni di lavoro e allo sfruttamento minorile incidere sulla competitività economica internazionale? Qual è il prezzo del loro progresso?

Lavoro minorile in Asia: la riduzione del tasso non basta

Secondo il nuovo Rapporto ILO, pubblicato lo scorso 23 settembre 2013, nonostante il lavoro minorile nel mondo si sia ridotto di un terzo rispetto al 2000, passando da 246 milioni a 168 milioni di ragazzi sfruttati, la situazione al giorno d’oggi rimane ad ogni modo emergenziale. L’ILO rivela che il maggior numero di bambini lavoratori in termini assoluti si troverebbe nell’area Asia-Pacifico (con quasi 78 milioni di casi registrati) nonostante l’Africa sub-sahariana continui ad essere la regione con la più alta incidenza di minori in rapporto alla percentuale della popolazione. Resta però estremamente difficile quantificare la diffusione mondiale del lavoro minorile poiché si tratta di un fenomeno non misurabile, le cui cifre non tengono conto del dato ufficioso relativo, ad esempio, ai casi di lavoro in famiglia, nei campi o in piccole imprese familiari. Numerosi sono i casi di lavoro minorile nel settore del tessile, del vetro, nel settore minerario e molti quelli che portano i ragazzi a finire nel racket della prostituzione. Come sempre è il basso costo economico della manodopera (in questo caso minorile) che ne giustifica l’utilizzo, ma non solo. I bambini, infatti, sono meno coscienti dei propri diritti, più remissivi e quindi più controllabili.

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In India, il fenomeno del lavoro minorile continua ad essere ancora molto critico, nonostante i progressi registrati negli ultimi anni e la presenza di un quadro normativo che si sta sviluppando. Per anni l’India ha vissuto l’emergenza dello sfruttamento minorile come una piaga nazionale, poi la presa di coscienza e l’impegno dello Stato assieme agli enti competenti. Tuttavia, nonostante la legislazione nazionale indiana stabilisca con l’articolo 24 della Costituzione che “nessun minore al di sotto dei 14 anni debba essere impiegato nelle fabbriche, nelle miniere e in altre occupazioni pericolose” e vieti, con la legge nazionale del 2006, l’impiego di minori, dopo aver registrato nel 2005 quasi 9 milioni di minori lavoratori fra i 5 e i 14 anni, lo Stato indiano, secondo l’ILO, non avrebbe ancora ratificato due Convenzioni fondamentali sui diritti dell’infanzia: quella “sull’età minima per l’impiego” (Convenzione n. 138, adottata nel 1973 e già stata ratificata dall’80% degli Stati membri) e quella sulle “peggiori forme di lavoro minorile” (Convenzione n. 182, adottata nel 1999 e ratificata dalla quasi totalità degli Stati membri dell’ONU).

Oltre a sollecitare lo Stato indiano affinché possa adeguarsi al più presto agli standard internazionali, l’ILO avrebbe condotto nel quinquennio tra il 2005 e il 2010 delle ricerche nello Stato del Karnataka, nell’India centro-meridionale, con un programma chiamato Karnataka Child Labour Project (KCLP), con l’obiettivo di sostenere il Governo nel combattere le peggiori forme di lavoro minorile e nel ridurre la vulnerabilità degli adolescenti allo sfruttamento economico. Il progetto ha ottenuto importanti risultati, mettendo in campo interventi di assistenza tecnica nei campi dell’istruzione, della formazione e creazione di reddito e dell’ammodernamento delle industrie locali in uno degli Stati federali, Karnataka appunto, in cui il 43% della popolazione vive con un reddito inferiore alla soglia di povertà.

È soprattutto il peso della globalizzazione attraverso la delocalizzazione delle imprese ad attirare le grandi multinazionali verso quei Paesi che offrono politiche fiscali vantaggiose, manodopera (spesso minorile) e salari a basso costo, a fronte di un aumento imponente degli utili e di condizioni di lavoro non idonei agli standard internazionali. Accade ad esempio nell’altra Big asiatica, la Cina, più volte ripresa e condannata dalla società civile e dai media per sfruttamento della manodopera minorile e messa a rischio dei propri lavoratori. È infatti di pochi mesi fa (luglio 2013) la denuncia da parte dell’Organizzazione China Labor Watch (CLW) delle pessime condizioni di lavoro all’interno della fabbrica di Pegatron, a Taiwan, sede della multinazionale delle telecomunicazioni Apple. Pegatron segue dunque le stesse sorti della Foxconn, altra sede Apple, l’industria che si era guadagnata il triste soprannome di “fabbrica dei suicidi” per la serie di tragiche morti di giovani operai sfiniti da condizioni di lavoro degradanti. Tra le 80 violazioni del codice lavorativo fornite dal rapporto investigativo CLW, oltre il lavoro minorile, compaiono anche: abusi, assunzioni discriminatorie, violazioni dei diritti delle donne, orari di lavoro eccessivi, salari insufficienti, preoccupazioni per salute e la sicurezza del lavoro, abuso del management ed inquinamento ambientale.

Non solo lavoro minorile

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Secondo l’ILO sarebbero circa 21 milioni le vittime del lavoro coatto nel mondo e si concentrerebbero soprattutto in Asia. Le forme di organizzazione dei lavoratori e le loro proteste in piazza, come le recenti manifestazioni dei dipendenti pubblici nella regione indiana del Kashmir e le richieste di messa in sicurezza a seguito a grandi tragedie causate sul luogo del lavoro (il grave incendio della fabbrica tessile vicino Dhaka in Bangladesh in cui sono morte più di 900 persone è solo l’ultimo episodio), riportano in primo piano la triste condizione di milioni di persone che lavorano in regime di sfruttamento e senza garanzie di sicurezza.

L’economista Tito Boeri, in tema di diritti dei lavoratori e lotta allo sfruttamento dei minori, ha spiegato che nei Paesi in via di sviluppo “il fenomeno è spesso legato all’incapacità dei Governi nazionali di rispettare le regole di base, di far applicare gli standard minimi fissati dall’ILO dove spesso il Governo che detiene quote importanti di alcune grandi aziende, ha tutti gli interessi ad aumentare i profitti di tali aziende e a chiudere un occhio sui controlli, quando invece meriterebbero un’attenzione particolare da parte delle organizzazioni multilaterali nel rispetto degli standard internazionali”.

Concludendo

Nel dibattito socioeconomico sulla recente crescita economica di India e Cina e in seguito all’avvio del processo di riforma dell’economia in direzione neoliberista, che ha permesso a questi due Paesi di diventare, nel giro poco tempo, dei veri e propri colossi asiatici sui mercati internazionali nell’era della Globalizzazione, la questione del lavoro si sta imponendo sempre più con particolare urgenza. L’accelerazione del tasso di crescita del loro PIL durante l’ultimo ventennio non sembra aver generato sufficienti opportunità d’impiego dignitoso. L’aumento della competitività avrebbe portato notevoli squilibri sociali complicandone il quadro che invece potrebbe seguire alcune strade percorribili. Tra le soluzioni di tipo “istituzionale” vi è senza dubbio l’emanazione di Convenzioni internazionali universali al fine di uniformare in tutti i Paesi le leggi sullo sfruttamento del lavoro minorile.

Numerosi sono stati, nel corso degli anni, le misure, le iniziative, le scelte politiche forti sul tema del lavoro e sul lavoro minorile determinando importanti progressi. L’india ad esempio, sebbene non abbia ancora ratificato le due Convezioni ILO come precedentemente detto, ha ufficialmente adottato nel febbraio 2010, assieme alle parti sociali, il proprio Programma Nazionale per il Lavoro Dignitoso, Decent Work Country Programmes (DWCP), con l’obiettivo di rafforzare le opportunità di accesso al lavoro produttivo per tutti, in particolare per i giovani e i gruppi vulnerabili, di estendere la protezione sociale e di eliminare le forme di lavoro forzato e il lavoro minorile.

Oggi, inoltre, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha reso più visibile il problema. Migliaia di siti sensibilizzano l’opinione pubblica, mobilitano le coscienze e favoriscono la denuncia. Ma non basta. La risposta del Governo e della società civile non può non essere quella di puntare sull’investimento di capitale umano per permettere la formazione professionale, l’inserimento lavorativo e la consapevolezza della sicurezza sul lavoro e per debellare lo sfruttamento a qualsiasi livello, poiché come ha detto Mons. Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, in occasione della preparazione al seminario promosso dal Papa (Roma, 2-3 novembre 2013) per analizzare il traffico di esseri umani e la schiavitù moderna: “la tratta di esseri umani costituisce un terribile reato contro la dignità umana e una grave violazione dei diritti umani fondamentali” non solo nei Paesi in via di sviluppo o nelle economie emergenti di India e Cina, ma in ogni parte e luogo del pianeta.

 

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India e Cina: il prezzo socio-economico del progresso

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