La Signora Pantera abitava con il suo meraviglioso manto
al terzo piano di un appartamento sfitto
tra le case assolate di un quartiere popolare del Sud,
che da subito era diventato il suo harem e il suo vanto.

Viveva con la presunzione, o meglio, con lo spettro della manipolazione
della coinquilina irriverente, che era persuasa dal suon del di lei canto,
ma spesso troppo indispettita dal suo solito cattivo umore
e dalla sua cinica arroganza.

La fraganza delle piantine sul balcone al terzo piano
Era la sola cosa che l’appagava e le procurava diletto.
Mentre aveva omesso del tutto la presenza in casa di una vicina
come lei un po’ distratta e in cerca di attenzioni e d’affetto.

Da qualche mese di lei finalmente s’era accorta, tutto un tratto
e detto-fatto, ne aveva conosciuto il pregio e il difetto
che la rendeva vero-simile al loro amato, Arthuro*.
“Sono troppo insolente per tacere” le diceva con dispetto.
“Troppo impertinente per trattenere la smania di risponderti a muso duro!”.

Pareva che la diplomazia non facesse proprio il paio con quella casa.
Le due abitavano gli stessi spazi,
E rispondevano con le stesse armi senza mai alcuna resa.

“Parità dunque, Signora Tracotanza!”
Le gridò sfacciata, lady Supponenza.
Si rifletté prontamente allo specchio
E le dichiarò un’altra guerra tra la boria e la spocchia

Ahi! Ci sarà ancora un altro botta e risposta, pazienza!
Non c’è alcun rimedio tra le due, non c’è proprio speranza.
V’è solo severità, ciglia corrugate e marcato cipiglio.
Meschino. Tra loro la spuntò solo il loro orgoglio,
che – ahimé- ha prevalso su tutto il resto, e sul loro meglio.

“Ti adoro!”, scrisse su di un rapido foglio,
andandosene via, a sorpresa, e in tutta fretta.
“L’ho sempre detto, e non smetterei certo ora, pur se indotta.
Ma una cosa ti riconosco e ho da dirti:
Non ho più tempo oramai per soffrirti.
Sei riuscita a farti odiare persino da te stessa.
Ti penserò, stanne certa, pur senza celebrarti.”

Firmato “L’Ideota” e la sua illogica promessa.

(Lecce, agosto 2008)

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L’ideota
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