di Vincenza Lofino | edito da: BloGlobal, OPI –  20 gennaio 2014

 

Tra il mese di novembre e di dicembre 2013, in Thailandia circa centomila persone sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del governo della Premier Yingluck Shinawatra. La crisi politica aperta dalle proteste antigovernative, a cui si è aggiunto il coro dei parlamentari del Partito Democratico all’opposizione che hanno appoggiato le manifestazioni, ha indotto il Primo Ministro a sciogliere anticipatamente il governo e ad indire nuove elezioni. Una mossa che non è bastata a placare gli animi, surriscaldatisi – inizialmente in maniera pacifica – all’indomani dell’approvazione del disegno di legge sull’amnistia proposto dal Pheu Thai Party (bocciato poi in seconda battuta dal Senato) che avrebbe permesso all’ex Premier Thaksin Shinawatra, fratello di Yingluck ed attualmente in esilio a Dubai, di tornare in Thailandia senza scontare una condanna per corruzione e per appropriazione indebita che gli fu inflitta in contumacia nel 2008.

I manifestanti antigovernativi hanno invaso le strade di Bangkok, marciato verso il Palazzo del Governo e occupato diverse sedi istituzionali, scontrandosi violentemente con la polizia. Intanto in un’intervista televisiva, la Premier Shinawatra, dopo aver ufficializzato la data delle nuove elezioni politiche che si terranno il prossimo 2 febbraio 2014 e aver dichiarato di voler ricandidarsi nuovamente a capo del Pheu Thai, ha fatto appello affinché si ponga fine alle dimostrazioni, dichiarandosi disponibile ad intavolare trattative con l’opposizione. Il leader della protesta Suthep Thaugsuban, ex vice Premier del Partito Democratico, ha dichiarato di non voler fermare le proteste e ha auspicato la formazione di un “Consiglio del popolo” alla guida del Paese. Come se non bastasse, l’opposizione ha annunciato anche la ferma volontà di boicottare le consultazioni ritenendo che un’eventuale partecipazione legittimerebbe un sistema distorto da chi detiene attualmente il potere.

Tale linea politica e l’urlo alla “disobbedienza civile” che si uniscono all’escalation di disordini recente, hanno alimentato la campagna di rovesciamento del governo e hanno accresciuto l’incertezza del futuro politico del Paese. Le autorità thailandesi, infatti, temono un’esplosione di violenza come quella avvenuta lo scorso 26 dicembre, quando in uno scontro tra manifestanti e polizia sono morte quattro persone, o il 17 gennaio quando una bomba è stata fatta esplodere durante un corteo antigovernativo a Bangkok, provocando il ferimento di almeno 39 persone.

Le proteste di questi mesi in Thailandia sono le più violente dalla crisi del 2010. All’epoca il Paese fu sconvolto da una serie di sanguinose manifestazioni messe in atto da migliaia di Camice Rosse, a sostegno dei fratelli Shinawatra, che occuparono il centro di Bangkok per due mesi circa, chiedendo le dimissioni del governo guidato dal Partito Democratico di Abhisit Vejjajiva il quale autorizzò l’esercito a sparare contro i civili, causando la morte di 90 persone, tra le quali il reporter italiano Fabio Polenghi.

Thaksin Shinawatra, al potere dal 2001 al 2005, è un ricco magnate thailandese delle comunicazioni che tuttora gode di grande popolarità tra la popolazione rurale thailandese, nonostante l’esilio, la condanna per corruzione e le accuse di autoritarismo, tradimento, lesa maestà e censura della stampa che lo hanno portato a fuggire nel 2008, in seguito ad un colpo di Stato militare del 2006. Il partito della famiglia Shinawatra ha poi vinto nuovamente le elezioni nel 2011 anche grazie a politiche populiste che hanno portato assistenza sanitaria gratuita, prestiti a basso costo e altri benefici per le zone di campagna a lungo trascurate.

Gli scontri di questi mesi in Thailandia si radicano in un contesto nazionale che vede contrapposte principalmente due fazioni socialmente, culturalmente e geograficamente ben distinte tra loro: a nord del Paese, tra le regioni più povere e popolose, i sostenitori del governo (le Camice Rosse); a sud i movimenti antigovernativi oggi in protesta (le Camice Gialle) che appartengono in larga parte alla borghesia benestante e all’aristocrazia. Tra loro vi sono anche molti giovani universitari di Bangkok, di orientamento conservatore, monarchico e nazionalista, tutti identificati attraverso colori che ne rappresentano il carattere ideologico (religione, monarchia, e nazionalismo): il nero in segno di lutto per la recente morte del Patriarca Somdet Phra Nyanasamvara; il giallo monarchico del sovrano, il Re Bhumipol Adulyadej in carico dal 1946; il tricolore nazionale.

La nuova scia di violenza tra filo-thaksinismo e anti-thaksinismo va inserita peraltro nel più ampio quadro del processo di democratizzazione del Paese asiatico, così come tutte le altre vicende storiche che hanno fatto della Thailandia una realtà segnata da ben 18 colpi di Stato dalla nascita della monarchia costituzionale nel 1932. Uno Stato perciò abituato a convivere con aspri conflitti sociali e lotte civili fratricide.

All’instabilità politica e sociale fa tuttavia da contraltare una certa vivacità economica: negli ultimi decenni la Thailandia ha raggiunto nel 2013 un PIL di circa 425 miliardi di dollari: un risultato che la rende la 36esima economia mondiale per PIL in valore assoluto e attualmente la seconda più grande economia del Sud Est asiatico dopo l’Indonesia. Questa rapida crescita ha portato il Paese a misurarsi con un’economia globalizzata, con la prosperità e la modernità ma non è riuscita ad abbattere il muro di un passato fatto di contraddizioni istituzionali, tradizionali e socioculturali di stampo conservativo e fortemente ideologico. In questo quadro emergono profondi mutamenti economici, sociali e culturali che durante l’era del boom economico hanno rivoluzionato il tessuto sociale e le aspettative dei cittadini, che hanno minacciato l’ideologia di Stato – centrata su una monarchia che esalta il culto della personalità del Re e del potere militare –, che hanno insidiato l’architettura sociale – ancora di tipo gerarchico e piramidale –,  fino a giungere all’ascesa del capitalista Thaksin Shinawatra e ad una nuova concezione economica e sociale più liberalista. Questa ha di fatto quasi esaurito il potere commerciale esercitato da una ristretta élite capitalista sino-thailandese e da un limitato numero di famiglie di mercanti ed industriali che fino a pochi anni fa controllavano incontrastate una buona parte dell’economia nazionale.

I movimenti antigovernativi che oggi protestano contro la famiglia Shinawatra al potere vedono nell’attuale Primo Ministro Yingluck Shinawatra un “burattino” nelle mani del fratello Thaksin, un uomo “corrotto” che avrebbe sfruttato la democrazia per rafforzare il proprio potere e per favorire un certo clientelarismo, nonché un repubblicano che tramerebbe alle spalle del Re.

Le istanze dei manifestanti sono dunque rivolte alla nomina di un governo ad interim che si occupi di riformare il sistema politico e traghettarlo verso un voto ritenuto effettivamente rappresentativo e democratico. La proposta delle Camicie Gialle e delle Camicie Nere si sostanzia pertanto in un Parlamento elettivo al 30% e nominato al 70%. Un ulteriore modello di riferimento potrebbe essere quello adottato ad Hong Kong, dove alla scelta popolare si accompagna una nomina del Capo dell’Esecutivo da parte di un ristretto numero di persone che compongono un Comitato Elettorale di 1200 membri rappresentativi degli ordini professionali e dei principali settori economici della società.

Qualunque sarà l’esito delle elezioni del 2 febbraio, l’attuale crisi politica, l’instabilità e le profonde disuguaglianze economiche continueranno con ogni probabilità ad approfondirsi, non escludendo la possibilità di nuovi scontri e violenze, senza considerare – come le perdite subite dalla moneta nazionale e il calo del mercato azionario interno hanno già evidenziato – le conseguenze anche sul piano economico e finanziario.

 

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Thailandia, tra divisioni interne e istanze di democrazia

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